|
Fu una donna a dar modo a Eduardo
De Filippo di scoprire e di mettere in luce le possibilità drammatiche che
aveva in sé: era una quieta madre di famiglia che di giorno cuciva,
rammendava, rassettava la casa e teneva salotto ma che di notte, china
dinanzi a una scrivania, inventava personaggi e annodava intrecci.
Si chiamava Paola Riccora (o
meglio: così si faceva chiamare)
ed è stata, in senso cronologico, la prima o una fra le prime
donne-commediografe d'Italia; e dopo aver fornito al mitico «Teatro Nuovo»,
dal 1916 in poi.una sessantina di traduzioni in dialetto napoletano di
pochades, per lo più francesi (fra cui le ormai celebri «Nu mese" frisco»
e «La presidentessa») passò ad una produzione originale che le assicurò in
tutta Italia, molti anni di solida fama.
La commedia che diede modo a Eduardo De Filippo di affermarsi
s'intitolava «Sarà stato Giovannino»; ma altre ancora ne scrisse per
Eduardo; ed altre, ne fornì a Raffaele Viviani, a Ettore Petrolini, a Dina
Galli, a Paola Borboni.
Paola Riccora, il cui vero nome suonava Emilia Vaglio,
si è spenta all'età di novantadue anni.
Quanto il teatro napoletano debba a Paola Riccora è già noto
agli specialisti; quanto le debba Eduardo De Filippo è stato. peraltro.
sottolineato da Vittorio Viviani nella sua «Storia del teatro napoletano»:
«Fu la commedia "Sarà stato Giovannino" che rivelò per la
prima volta Eduardo attore di possibilità drammatiche.
Egli fu se stesso, realizzandosi uomo sulla scena, in un
personaggio che non era stato scritto per lui e che quindi egli creava».
L'apporto di Paola Riccora al teatro, e in special modo a
quello napoletano, è quanto mai notevole soprattutto se si considera che
esso si configurò in un periodo in cui certe attività erano,se non precluse
alle donne, perlomeno da esse disertate; vero è che fu proprio durante gli
anni della prima guerra mondiale che, in Italia, si ebbe la prima cospicua
immissione della donna nel mondo del lavoro, ma è pur vero che doveva fare
un certo effetto (e infatti lo fece) vedere una donna competere con attori e
registi. assistere a prove. essere convocata, anzi invocata, sul
palcoscenico per l'applauso riservato agli autori.
In realtà fu attrice teatrale senza smettere di essere
casalinga; alla famiglia non tolse mai nulla: diede anzi qualcosa in più. E
del resto lei si fece scrittrice di teatro proprio per aiutare la barca
familiare. E' una storia esemplarmente napoletana quella di Emilia Vaglio
detta Paola Riccora.
Nacque, a Napoli naturalmente, il 23 ottobre 1884, e suo
padre, l'avvocato Nicola Vaglio, previde per lei, che era l'ultima di sette
figli, il solo avvenire che, a quell'epoca, era riservato a una «figlia
femmina»: il matrimonio; sicché, piuttosto che tenerla agli studi, si
provvide ad accumularle il «corredo».
La ragazza, insomma, frequentò
regolarmente solo le elementari; poi studiò privatamente, come appunto si
usava allora in certi strati della borghesia, e l'unico svago che le fu
concesso, in quella vasta casa di via Foria ove abitava la famiglia Vaglio,
fu di organizzare delle recite.
Recite di ragazzini e fra ragazzine,
s'intende, che nulla lasciavano presagire della futura passione per il
teatro.
All'età di quattordici anni Emilia Vaglio si fidanzò,
ufficialmente si capisce, con un giovanotto di belle speranze, il
diciottenne Caro Capriolo, figlio di un ufficiale dei carabinieri e
aspirante avvocato. Il ciclo programmato di Emilia Capriolo sembrò compiuto
nel 1904 quando lei, ventenne, sposò Caro Capriolo ventiquattrenne, ormai
laureato, e andò ad abitare con lui a Capodimonte. Questo ciclo parve
definitivamente perfezionato quando. prima il maschietto poi la femminuccia,
le nacquero due figli: Gino e Renata. E se da ragazza Emilia si era
conquistato lo svago di esibirsi in filodrammatiche, da donna sposata si
conquistò quello di andare, in compagnia del marito, almeno un paio di volte
alla settimana al teatro
Nel 1915, allo scoppio della prima guerra mondiale,
l'avvocato Carlo Capriolo fu richiamato alle armi: lo arruolarono nella
Croce Rossa, per sua fortuna, ma con la chiusura dello studio legale vennero
meno gli introiti. Faceva di tutto, pur di non far mancare nulla ai figli.
Cuciva tutto il giorno ma tutto questo però non bastava.
Si vide nelle condizioni di mettersi a cercare un lavoro.
Conosceva la gente di teatro, cioè i clienti del marito. Andò a chiedere
lavoro a Eugenio Aulicino, il direttore del "Teatro Nuovo", e quello le
disse che l'unico incarico che poteva affidarle era quello di tradurre dal
francese, e di adattare al dialetto e alla realtà napoletana, delle
pochades di autori stranieri.
Se la sentiva lei di provare?Accettò l' 'incarico, che, c'è
da sottolineare, era dei più difficili. La scena napoletana si era nutrita a
lungo di traduzioni e riduzioni di pochades; su esse aveva basato la
sua fortuna il «grande»Eduardo Scarpetta; e Scarpetta, anche se non più
mattatore, era ancora lì, vivo e vegeto; non solo, ma erano più
che mai vigili e agguerriti gli spettatori affezionatissimi di Eduardo
Scarpetta; pronti, questi ultimi, a fare paragoni ingenerosi, a criticare e
ad infierire.
E inoltre, c'è da aggiungere, se il lavoro di creazione di una
commedia può vertere essenzialmente sul talento, sull'istinto e anche su una
certa dose di buona fortuna, quello di «traduttore» e di «adattatore» si
fonda su uno stretto professionismo, sull'esperienza, sulla malizia.
Possedeva tutte queste doti la mite signora che fino al giorno prima aveva
cucito e ricamato? Emilia Vaglio se ne tornò a casa, quella sera. col testo
francese di "Vingt jours à l'ombre», una pochade di Hennequin e Veber.
Mise a letto i suoi bambini, li baciò e andò a sedersi dinanzi a una
scrivania.
Col titolo napoletanizzato di "Nu' mese o' frisco", la
pochade andò in scena, al "Teatro Nuovo», il 26 febbraio 1916 e fu, come
si dice in gergo teatrale, "un trionfo"; Gennaro Di Napoli, Carlo Pretolani,
Francesco Corbinci, Alfredo Crispo, Raffaele Di Napoli, Maria Dolini furono
lungamente applauditi, ma quando il pubblico incominciò a scandire la parola
"autore", sul palcoscenico non si presentò nessuno. "Il signor Paolo Riccora
è assente da Napoli", spiegò Aulicino. Emilia Vaglio, infatti aveva
firmato la sua "riduzione» col nome di Paolo Riccora che era poi
l'anagramma del nome maschile del marito Caro Capriolo.
A'"Nu mese o' frisco» seguirono, l'una dopo l'altra, decine e
decine di altre pochades, tutte ricavate da testi francesi. Come un
personaggio da libro"Cuore», Emilia Vaglio di giorno faceva la madre e di
notte la scrittrice di teatro. E intanto, a Napoli, erano in molti a porsi
interrogativi sull'identità di questo Paolo Riccora che passava di successo
in successo, ma che non si degnava mai di salire sul palcoscenico quando il
pubblico lo reclamava; e nessuno, certo, poteva supporre che Paolo Riccora
era quella signora dai capelli lisci, piuttosto robusta, che, con occhi
incantati seguiva, da un palco di prima fila, l'andamento delle commedie;
del resto quella signora si univa, a fine commedia, al coro del pubblico nel
ripetere:«autore! autore!».
Fu una sorpresa per tutti, ed anche per la
stessa Emilia Vaglio, quando, in un suo corsivo, Matilde Serao, che
aveva voluto vederci chiaro e che si era avvalsa di certe confidenze. fece
la grande rivelazione: Paolo Riccora era lo pseudonimo di una madre di
figli. Dopo questa rivelazione Emilia Vaglio decise di firmare le commedie
non più col nome di Paolo Riccora bensi con quello di Paola Riccora,
cioè al femminile.
E Paola ex Paolo cioè Emilia , fornì al "Teatro Nuovo» oltre.
sessanta traduzioni e riduzioni di pochades francesi.
Era intanto finita la guerra mondiale e l'avvocato Caro
Capriolo, restituito alla famiglia, volle modificare la sua attività e
divenne infatti il responsabile, per l'area napoletana della società
degli autori. La sua casa, in Via Carlo Poerio, divenne il punto d'imcontro
di una gran quantità di autori e di registi. Ed ecco Paola Riccora
(ormai la chiamavano tutti così) confabulare con Ernesto Murolo che si
è fatto direttore di una compagnia teatrale.
A Murolo, Paola Riccora fornì la prima delle sue commedie
originali, cioè non tradotte (saranno in tutto ventitré): «Viate a vuie»
che
andò in scena a Roma nel 1919 e che, nel 1931, sarà ripresa da Raffaele Viviani .La Riccora scrisse quella commedia per una sorta di scommessa con
il marito; lui sosteneva che mia madre era in grado solo di arrangiare delle
traduzioni, ma che mai avrebbe potuto concepire e scrivere un lavoro
originale.
Commediografa ormai del tutto autonoma, Paola Riccora
scrisse: «E' arrivato l'accordatore» per Ettore Petrolini, scrisse «Mater
purissima» per Bella Starace Sainati, scrisse altre ed altre commedie per le
maggiori compagnie dell'epoca. Un teatro, il suo, che ancora aveva i limiti
di una determinata ambientazione, che si estrinsecava anche per certi
rapporti mantenuti dal marito direttore della società degli autori, ma che,
comunque, dava la misura di un autentico talento.
Scrisse Roberto Bracco nel 1930: «Chi ha l'onore di conoscere
Paola Riccora nella sua casa tranquilla e vivida di gentilezza domestica,
dove ella è la buona signora Emilia Capriolo, non si rende conto della sua
laboriosità di autrice. E'evidente che nulla la distoglie dalla dolce vitadi
moglie e di mamma. C'è da chiedersi: ma quando scrive? Ma come fa a
scrivere? Come fa a lavorare pel teatro, che dà le più assidue torture a
chiunque vi si accosti col pensiero?».Ed ecco che nella quieta casa di via
Carlo Poerio entra, un giorno, un giovane alto, magro, dal volto scavato: si
chiama Eduardo De Filippo e si porta appresso un fratello e una sorella,
Peppino e Titina. Ma cosa vuole questo giovane attore dalla signora Riccora?
«Voglio 'na commedia, donna Paola».
I tre De Filippo, dopo essersi prodotti al «Kursaal» (oggi «Filangieri»)
con l' avanspettacolo, erano passati, nel 1932, al «Sannazaro» ove mettevano
in scena commedie umoristiche da essi stessi scritte. Nel 1932 avevano così
rappresentato al «Sannazaro» «Chi è cchiù felice 'e me» di Molise (Eduardo),
«Amori e balestre» di Bertucci (Peppino), «Quaranta ma non li dimostra» di
Titina e «A Coperchia è caduta una stella», pure di Peppino. Un tipo di
teatro, quello, che già richiamava numerosi spettatori ma che era tenuto sul
filo della risata per lo più fine a se stessa. Ed ora i tre De Filippo, e in
particolare Eduardo, erano alla ricerca di un testo più robusto.
«Sarà stato Giovannino» fu la commedia che
Paola Riccora fornì a Eduardo e di cui Eduardo s'innamorò. Narrava le
vicende meschine, questa commedia, di una piccola famiglia della borghesia
che infierisce contro un parente povero, Giovannino appunto, cui si dà vitto
e alloggio ma cui si attribuisce ogni sorta di malefatte. E quando il
«signorino». avrà messo .incinta la cameriera, allora no, nessuno penserà ad
incolpare Giovannino; ma sarà lui, stavolta, ad assumersi una responsabilità
non sua: «So' stato? io!».
La commedia fu rappresentata al «Sannazaro» il 4 febbraio
1933 e attirò, sui De Filippo come su Paola Riccora, anche
l'attenzione della critica più avvertita; e anzi particolarmente favorevole
fu il giudizio di Renato Simoni. Ma, cosa essenziale, tramite «Sarà stato
Giovannino», Eduardo De Filippo ebbe modo, finalmente, di farsi conoscere in
un ruolo che non era soltanto farsesco. Citiamo ancora Vittorio Viviani
attingendo alla sua «Storia del teatro napoletano»: «Era l'affermazione di
un nuovo teatro che poneva in Italia la sua ipoteca provinciale ma in
maniera radicale. Era la rivoluzione fatta da quella piccola borghesia di
cui Eduardo è l' "anumus" letterario" e che sola,in quanto frutto di una
cultura meridionale, poteva essere accettata al Nord».
L'anno seguente. 1934, Paola Riccora fornì ai De Filippo il
testo di «Angelina mia». e il successo si ripeté puntuale. Minori consensi
riscosse, invece, nel 1935, «La bottega dei santi».Fu a questo punto che,
per una serie di vicende, la collaborazione fra Paola Riccora ed Eduardo De
Filippo s'interruppe. E del resto alla signora di via Carlo Poerio
giungevano. incalzanti. le richieste di altre compagnie teatrali. Fra
l'altro, nel 1937 Raffaele Viviani le rappresentò «Fine mese» mentre Dina
Galli le mise in scena «lo e te». con Paolo Stoppa. Nel 1938, poi, Paola
Borboni diede una sua commedia che. a quei tempi. anticipava concezioni di
là da venire: si chiamava «Sera di pioggia» ed era imperniata sulla vicenda
di una non più giovane signorina che, coraggiosamente, respingeva l'uomo che
l'aveva resa madre.
Continuò a scrivere, Paola Riccora, per il teatro
napoletano e all'età di novantuno anni. giovanilmente, era lì, di
notte, nel suo studio di via Carlo Poerio che «rammodernava» sue vecchie
commedie che le venivano ancora chieste da tutta Italia.
La scrittrice che aveva aiutato Eduardo a scoprirsi attore
drammatico, si spense il 20 febbraio 1976. Aveva fra le mani una copia a
stampa di una sua fiaba. la sua prima e ultima fiaba. quella che non aveva
avuto il tempo di narrare a voce ai suoi nipoti e pronipoti. S'intitolava
«Invito a Napoli».
|

Paola Riccora

Lettera di
Eduardo
a
aola Riccora

Paola Riccora
e
Eduardo De Filippo
 |