Paola Riccora

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n.8 del 06.04.2008

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B l o g

Gilda Mignonette

Prefazione

di Pietro Gargano

(Il Mattino)

 

Gilda Mignonette

Napoli-New York

Solo Andata

Rassegna Stampa

*Federico Vacalebre

*Giuseppe Giorgio

edisteatro

Paola Riccora

 

dedicato a

Paola Riccora

 

 

"SONO EDUARDO,
SCRIVETEMI QUALCOSA"

Bianca Sollazzo

Bianca Sollazzo e il Teatro che non ha età

Annibale Ruccello

Un grande Autore,

un grande Interprete

 

Annibale Ruccello

edisteatro

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a cura Anna Sciotti

Paola Riccora

 

Fu una donna a dar modo a Eduardo De Filippo di scoprire e di mettere in luce le possibilità drammatiche che aveva in sé: era una quieta madre di famiglia che di giorno cuciva, rammendava, rassettava la casa e teneva salotto ma che di notte, china dinanzi a una scrivania, inventava personaggi e annodava intrecci.

 

Si chiamava Paola Riccora (o meglio: così si faceva chiamare) ed è stata, in senso cronologico, la prima o una fra le prime donne-commediografe d'Italia; e dopo aver fornito al mitico «Teatro Nuovo», dal 1916 in poi.una sessantina di traduzioni in dialetto napoletano di pochades, per lo più francesi (fra cui le ormai celebri «Nu mese" frisco» e «La presidentessa») passò ad una produzione originale che le assicurò in tutta Italia, molti anni di solida fama.

 

La commedia che diede modo a Eduardo De Filippo di affermarsi s'intitolava «Sarà stato Giovannino»; ma altre ancora ne scrisse per Eduardo; ed altre, ne fornì a Raffaele Viviani, a Ettore Petrolini, a Dina Galli, a Paola Borboni.

 

Paola Riccora, il cui vero nome suonava Emilia Vaglio, si è spenta all'età di novantadue anni.

 

Quanto il teatro napoletano debba a Paola Riccora è già noto agli specialisti; quanto le debba Eduardo De Filippo è stato. peraltro. sottolineato da Vittorio Viviani nella sua «Storia del teatro napoletano»: «Fu la commedia "Sarà stato Giovannino" che rivelò per la prima volta Eduardo attore di possibilità drammatiche.

Egli fu se stesso, realizzandosi uomo sulla scena, in un personaggio che non era stato scritto per lui e che quindi egli creava».

 

L'apporto di Paola Riccora al teatro, e in special modo a quello napoletano, è quanto mai notevole soprattutto se si considera che esso si configurò in un periodo in cui certe attività erano,se non precluse alle donne, perlomeno da esse disertate; vero è che fu proprio durante gli anni della prima guerra mondiale che, in Italia, si ebbe la prima cospicua immissione della donna nel mondo del lavoro, ma è pur vero che doveva fare un certo effetto (e infatti lo fece) vedere una donna competere con attori e registi. assistere a prove. essere convocata, anzi invocata, sul palcoscenico per l'applauso riservato agli autori.

 

In realtà fu attrice teatrale senza smettere di essere casalinga; alla famiglia non tolse mai nulla: diede anzi qualcosa in più. E del resto lei si fece scrittrice di teatro proprio per aiutare la barca familiare. E' una storia esemplarmente napoletana quella di Emilia Vaglio detta Paola Riccora.

 

Nacque, a Napoli naturalmente, il 23 ottobre 1884, e suo padre, l'avvocato Nicola Vaglio, previde per lei, che era l'ultima di sette figli, il solo avvenire che, a quell'epoca, era riservato a una «figlia femmina»: il matrimonio; sicché, piuttosto che tenerla agli studi, si provvide ad accumularle il «corredo».

La ragazza, insomma, frequentò regolarmente solo le elementari; poi studiò privatamente, come appunto si usava allora in certi strati della borghesia, e l'unico svago che le fu concesso, in quella vasta casa di via Foria ove abitava la famiglia Vaglio, fu di organizzare delle recite.

Recite di ragazzini e fra ragazzine, s'intende, che nulla lasciavano presagire della futura passione per il teatro.

 

All'età di quattordici anni Emilia Vaglio si fidanzò, ufficialmente si capisce, con un giovanotto di belle speranze, il diciottenne Caro Capriolo, figlio di un ufficiale dei carabinieri e aspirante avvocato. Il ciclo programmato di Emilia Capriolo sembrò compiuto nel 1904 quando lei, ventenne, sposò Caro Capriolo ventiquattrenne, ormai laureato, e andò ad abitare con lui a Capodimonte. Questo ciclo parve definitivamente perfezionato quando. prima il maschietto poi la femminuccia, le nacquero due figli: Gino e Renata. E se da ragazza Emilia si era conquistato lo svago di esibirsi in filodrammatiche, da donna sposata si conquistò quello di andare, in compagnia del marito, almeno un paio di volte alla settimana al teatro

 

Nel 1915, allo scoppio della prima guerra mondiale, l'avvocato Carlo Capriolo fu richiamato alle armi: lo arruolarono nella Croce Rossa, per sua fortuna, ma con la chiusura dello studio legale vennero meno gli introiti. Faceva di tutto, pur di non far mancare nulla ai figli. Cuciva tutto il giorno ma tutto questo però non bastava.

Si vide nelle condizioni di mettersi a cercare un lavoro. Conosceva la gente di teatro, cioè i clienti del marito. Andò a chiedere lavoro a Eugenio Aulicino, il direttore del "Teatro Nuovo", e quello le disse che l'unico incarico che poteva affidarle era quello di tradurre dal francese, e di adattare al dialetto e alla realtà napoletana, delle pochades di autori stranieri.

 

Se la sentiva lei di provare?Accettò l' 'incarico, che, c'è da sottolineare, era dei più difficili. La scena napoletana si era nutrita a lungo di traduzioni e riduzioni di pochades; su esse aveva basato la sua fortuna il «grande»Eduardo Scarpetta; e Scarpetta, anche se non più mattatore, era ancora lì,  vivo e vegeto; non solo,  ma erano più che mai vigili e agguerriti gli spettatori affezionatissimi di Eduardo Scarpetta; pronti, questi ultimi, a fare paragoni ingenerosi, a criticare e ad infierire.

 

E inoltre, c'è da aggiungere, se il lavoro di creazione di una commedia può vertere essenzialmente sul talento, sull'istinto e anche su una certa dose di buona fortuna, quello di «traduttore» e di «adattatore» si fonda su uno stretto professionismo, sull'esperienza, sulla malizia. Possedeva tutte queste doti la mite signora che fino al giorno prima aveva cucito e ricamato? Emilia Vaglio se ne tornò a casa, quella sera. col testo francese di "Vingt jours à l'ombre», una pochade di Hennequin e Veber. Mise a letto i suoi bambini, li baciò e andò a sedersi dinanzi a una scrivania.

 

Col titolo napoletanizzato di "Nu' mese o' frisco", la pochade andò in scena, al "Teatro Nuovo», il 26 febbraio 1916 e fu, come si dice in gergo teatrale, "un trionfo"; Gennaro Di Napoli, Carlo Pretolani, Francesco Corbinci, Alfredo Crispo, Raffaele Di Napoli, Maria Dolini furono lungamente applauditi, ma quando il pubblico incominciò a scandire la parola "autore", sul palcoscenico non si presentò nessuno. "Il signor Paolo Riccora è assente da Napoli", spiegò Aulicino. Emilia Vaglio, infatti  aveva firmato la sua "riduzione» col nome di Paolo Riccora che era poi l'anagramma del nome maschile del marito Caro Capriolo.

 

A'"Nu mese o' frisco» seguirono, l'una dopo l'altra, decine e decine di altre pochades, tutte ricavate da testi francesi. Come un personaggio da libro"Cuore», Emilia Vaglio di giorno faceva la madre e di notte la scrittrice di teatro. E intanto, a Napoli, erano in molti a porsi interrogativi sull'identità di questo Paolo Riccora che passava di successo in successo, ma che non si degnava mai di salire sul palcoscenico quando il pubblico lo reclamava; e nessuno, certo, poteva supporre che Paolo Riccora era quella signora dai capelli lisci, piuttosto robusta, che, con occhi incantati seguiva, da un palco di prima fila, l'andamento delle commedie; del resto quella signora si univa, a fine commedia, al coro del pubblico nel ripetere:«autore! autore!».

 

Fu una sorpresa per tutti, ed anche per la stessa Emilia  Vaglio, quando, in un suo corsivo, Matilde Serao, che aveva voluto vederci chiaro e che si era avvalsa di certe confidenze. fece la grande  rivelazione: Paolo Riccora era lo pseudonimo di una madre di figli. Dopo questa rivelazione Emilia Vaglio decise di firmare le commedie non più col nome di Paolo Riccora bensi  con quello di Paola Riccora, cioè al femminile.

 

E Paola ex Paolo cioè Emilia , fornì al "Teatro Nuovo» oltre. sessanta traduzioni e riduzioni di pochades francesi.

Era intanto finita la guerra mondiale e l'avvocato Caro Capriolo, restituito alla famiglia,  volle modificare la sua attività e divenne  infatti il responsabile, per l'area napoletana della società degli autori. La sua casa, in Via Carlo Poerio, divenne il punto d'imcontro di  una gran quantità di autori e di registi. Ed ecco Paola Riccora (ormai la chiamavano tutti così)  confabulare con Ernesto Murolo che si è fatto direttore di una compagnia teatrale.

 

A Murolo, Paola Riccora fornì la prima delle sue commedie originali, cioè non tradotte (saranno in tutto ventitré): «Viate a vuie» che andò in scena a Roma nel 1919 e che, nel 1931, sarà ripresa da Raffaele Viviani .La Riccora scrisse quella commedia per una sorta di scommessa con il marito; lui sosteneva che mia madre era in grado solo di arrangiare delle traduzioni, ma che mai avrebbe potuto concepire e scrivere un lavoro originale.

 

Commediografa ormai del tutto autonoma, Paola Riccora scrisse: «E' arrivato l'accordatore» per Ettore Petrolini, scrisse «Mater purissima» per Bella Starace Sainati, scrisse altre ed altre commedie per le maggiori compagnie dell'epoca. Un teatro, il suo, che ancora aveva i limiti di una determinata ambientazione, che si estrinsecava anche per certi rapporti mantenuti dal marito direttore della società degli autori, ma che, comunque, dava la misura di un autentico talento.

 

Scrisse Roberto Bracco nel 1930: «Chi ha l'onore di conoscere Paola Riccora nella sua casa tranquilla e vivida di gentilezza domestica, dove ella è la buona signora Emilia Capriolo, non si rende conto della sua laboriosità di autrice. E'evidente che nulla la distoglie dalla dolce vitadi moglie e di mamma. C'è da chiedersi: ma quando scrive? Ma come fa a scrivere? Come fa a lavorare pel teatro, che dà le più assidue torture a chiunque vi si accosti col pensiero?».Ed ecco che nella quieta casa di via Carlo Poerio entra, un giorno, un giovane alto, magro, dal volto scavato: si chiama Eduardo De Filippo e si porta appresso un fratello e una sorella, Peppino e Titina. Ma cosa vuole questo giovane attore dalla signora Riccora? «Voglio 'na commedia, donna Paola».

 

I tre De Filippo, dopo essersi prodotti al «Kursaal» (oggi «Filangieri») con l' avanspettacolo, erano passati, nel 1932, al «Sannazaro» ove mettevano in scena commedie umoristiche da essi stessi scritte. Nel 1932 avevano così rappresentato al «Sannazaro» «Chi è cchiù felice 'e me» di Molise (Eduardo), «Amori e balestre» di Bertucci (Peppino), «Quaranta ma non li dimostra» di Titina e «A Coperchia è caduta una stella», pure di Peppino. Un tipo di teatro, quello, che già richiamava numerosi spettatori ma che era tenuto sul filo della risata per lo più fine a se stessa. Ed ora i tre De Filippo, e in particolare Eduardo, erano alla ricerca di un testo più robusto.

 

«Sarà stato Giovannino» fu la commedia che Paola Riccora fornì a Eduardo e di cui Eduardo s'innamorò. Narrava le vicende meschine, questa commedia, di una piccola famiglia della borghesia che infierisce contro un parente povero, Giovannino appunto, cui si dà vitto e alloggio ma cui si attribuisce ogni sorta di malefatte. E quando il «signorino». avrà messo .incinta la cameriera, allora no, nessuno penserà ad incolpare Giovannino; ma sarà lui, stavolta, ad assumersi una responsabilità non sua: «So' stato? io!».

 

La commedia fu rappresentata al «Sannazaro» il 4 febbraio 1933 e attirò,  sui De Filippo come su Paola Riccora, anche l'attenzione della critica più avvertita; e anzi particolarmente favorevole fu il giudizio di Renato Simoni. Ma, cosa essenziale, tramite «Sarà stato Giovannino», Eduardo De Filippo ebbe modo, finalmente, di farsi conoscere in un ruolo che non era soltanto farsesco. Citiamo ancora Vittorio Viviani attingendo alla sua «Storia del teatro napoletano»: «Era l'affermazione di un nuovo teatro che poneva in Italia la sua ipoteca provinciale ma in maniera radicale. Era la rivoluzione fatta da quella piccola borghesia di cui Eduardo è l' "anumus" letterario" e che sola,in quanto frutto di una cultura meridionale, poteva essere accettata al Nord».

 

L'anno seguente. 1934, Paola Riccora fornì ai De Filippo il testo di «Angelina mia». e il successo si ripeté puntuale. Minori consensi riscosse, invece, nel 1935, «La bottega dei santi».Fu a questo punto che, per una serie di vicende, la collaborazione fra Paola Riccora ed Eduardo De Filippo s'interruppe. E del resto alla signora di via Carlo Poerio giungevano. incalzanti. le richieste di altre compagnie teatrali. Fra l'altro, nel 1937 Raffaele Viviani le rappresentò «Fine mese» mentre Dina Galli le mise in scena «lo e te». con Paolo Stoppa. Nel 1938, poi, Paola Borboni diede una sua commedia che. a quei tempi. anticipava concezioni di là da venire: si chiamava «Sera di pioggia» ed era imperniata sulla vicenda di una non più giovane signorina che, coraggiosamente, respingeva l'uomo che l'aveva resa madre.

Continuò a scrivere, Paola Riccora, per il teatro napoletano e all'età di novantuno anni. giovanilmente,  era lì, di notte, nel suo studio di via Carlo Poerio che «rammodernava» sue vecchie commedie che le venivano ancora chieste da tutta Italia.

La scrittrice che aveva aiutato Eduardo a scoprirsi attore drammatico, si spense il 20 febbraio 1976. Aveva fra le mani una copia a stampa di una sua fiaba. la sua prima e ultima fiaba. quella che non aveva avuto il tempo di narrare a voce ai suoi nipoti e pronipoti. S'intitolava «Invito a Napoli».

 

Paola Riccora

Lettera di

Eduardo

a

aola Riccora

Paola Riccora

e Eduardo De Filippo

 

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Ultimo aggiornamento:
28/02/2010

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