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Se il
piccolo mondo antico di Cantanapoli è sull’orlo dell’estinzione, gli
studi sulla melodia partenopea vivono invece un rinnovato fervore che
li affranca dalla dittatura della nostalgia e dalla metodica
dell’aneddoto per recuperare profondità di ricerca e di analisi.
«Gilda Mignonette,
Napoli-New York solo andata» di Antonio Sciotti (Magmata, pag 206, 15
euro) punta tutto sulla ricostruzione meticolosa del personaggio e
dell’ambiente, citando le fonti storiche consultate, intervistando gli
ultimi testimoni viventi. Sciotti, studioso appassionato (il padre ha
scritto canzoni e sceneggiate), usa un linguaggio arcaico quasi quanto
l’argomento del suo racconto, come se volesse far rivivere Griselda
Andreatini (1/4/1886-8/6/1953), ovvero «la regina degli emigranti»
(nella foto), anche se lui spiega che nessuno in America la chiamava
così, che fu forse il «coccodrillo» di Aldo Bovio ad attribuirle il
titolo con cui è passata meritatamente alla storia. Sciotti evoca il
romanzo popolare della sua vita, dalle Piedigrotte alle sceneggiate,
dall’appoggio al fascismo alle ritorsioni americane, dall’amicizia con
Rodolfo Valentino alle minacce della malavita organizzata, dall’addio
a Napoli al tentativo disperato di tornarci almeno per morire:
Homeland si chiamava il piroscafo che non riuscì a riportarla in
patria viva. Come annota nell’introduzione Pietro Gargano, che di
questa nuova onda di studi è sicuramente un iniziatore insieme con
Gianni Cesarini, alla teoria dei «fattarielli» si sostituisce un
lavoro di scavo, di documentazione che restituisce così alla
Mignonette il suo reale contorno d’artista, ma anche di donna. Le sue
virtù interpretative, straordinarie e capaci di reggere ancora
all’ascolto dei contemporanei (preziosa, in questo senso, la
discografia finale) non assolvono i suoi errori, anche se Sciotti fa
sbiadire nella cornice dell’epoca l’appoggio alla dittatura
mussoliniana. Il libro restituisce spessore ad una figura condannata
dal proprio mito all’unidimensionalità, ma non la priva del primato
nostalgico che la sua prova d’artista ha consegnato ai posteri: «’A
cartulina ’e Napule» (De Luca-Buongiovanni), lanciata alla Piedigrotta
Ceria del 1927, è diventata una di quelle canzoni in cui si condensa
l’intera carriera di un’artista, capace di riassumere il pubblico e il
privato, la biografia e l’immaginario collettivo. Melodrammatica sino
al rischio di diventare patetica, la melodia a servire i versi, la
voce a trasformare la vita in canto e il canto in vita. Il resto è un
contorno di eccentriche e sciantose, macchiettisti e maestri
d’orchestra, manager e sartine, impresari e nobili decaduti che fa da
cornice ad una biografia critica, fatta di sostanza più che di forma,
controllando ogni data, ogni titolo, ogni appunto. Perché sono solo
canzonette, ma raccontano la storia di un popolo. |