Annibale Ruccello

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n.8 del 06.04.2008

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B l o g

Gilda Mignonette

Prefazione

di Pietro Gargano

(Il Mattino)

 

Gilda Mignonette

Napoli-New York

Solo Andata

Rassegna Stampa

*Federico Vacalebre

*Giuseppe Giorgio

edisteatro

Paola Riccora

 

dedicato a

Paola Riccora

 

 

"SONO EDUARDO,
SCRIVETEMI QUALCOSA"

Bianca Sollazzo

Bianca Sollazzo e il Teatro che non ha età

Annibale Ruccello

Un grande Autore,

un grande Interprete

 

Annibale Ruccello

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Annibale Ruccello nasce a Castellammare di Stabia nel 1956.

Annibale Ruccello nasce a Castellammare di Stabia nel 1956 e nel 1977 si laurea in filosofia a Napoli con una tesi in antropologia culturale su “La cantata dei pastori” di Andrea Perrucci. Fin da subito, il suo interesse fu rivolto alla cultura popolare della Campania e di conseguenza al lavoro di ricerca che da anni Roberto De Simone stava realizzando con la “Nuova Compagnia di Canto Popolare”. Inizia a recitare a Torre del Greco presso la fondazione del “Teatro del Garage”, dove iniziarono anche altri noti artisti, quali Mario Martone ed Enzo Moscato, suo grande amico fraterno, nonché suo futuro collaboratore artistico. Dopo una prima esperienza con Roberto De Simone nel 1978 dà vita alla cooperativa teatrale "Il Carro", con la quale mette in scena numerosi testi. Nel 1980 si distingue con "Le cinque rose di Jennifer ", lavoro di cui è anche interprete e che riscuote molto successo sulle scene nazionali, seguito nel 1983 da " Notturno di donna con ospiti" e da "Weekend". Il suo vero capolavoro, però, arriva nel 1985; si tratta di “ Ferdinando ” con il quale vince due premi IDI, uno nel 1985 come testo teatrale, il secondo nel 1986, come miglior messinscena, allestita personalmente da Ruccello e interpretata da Isa Danieli, musa ispiratrice e destinataria di questo testo che in occasione del ventennale della sua morte lo ha riproposto ripetendo intatta la regia di Annibale riscuotendo ancora un grande successo. Ultime opere in ordine cronologico della sua commediografia: “Anna Cappelli” e “Mamma”.

Il 12 settembre del 1986, un tragico incidente automobilistico sull’autostrada Roma-Napoli, ci privò per sempre del suo talento spezzando la sua vita e la sua promettente carriera. Ma il crudele destino che ha così brutalmente messo fine alla sua vita, non è tuttavia riuscito ad ottemperare minimamente l’interesse per le sue opere che, soprattutto negli ultimi anni, sono sempre più oggetto di una rivalutazione che concorre, giustamente, all'affermazione di Ruccello come una delle voci più interessanti ed originali del teatro italiano; protagonista di una fervida stagione di rinascita e di rinnovamento della drammaturgia italiana. Nei suoi testi si evidenzia la profonda conoscenza dell’animo umano, e soprattutto, ci colpisce la sapiente fusione di due essenze: quella profonda dell’animo popolare napoletano e quella più raffinata dell’estetica e della storia della città. Questa conoscenza, fusa con l’interesse nei confronti della marginalità, del travestitismo, della sottocultura, con tutto il loro pesante e doloroso carico di malinconia e solitudine coperte dietro una facciata di volgarità, e talvolta di aggressività, fanno delle opere che Ruccello mette in scena, dei lavori viscerali irripetibili.
Il suo teatro è permeato, infatti, di personaggi comuni, fotografati nel proprio quotidiano, che attraverso l’accurata lente d’ingrandimento della sua forte sensibilità e preparazione ci conducono per mano all’interno di situazioni per lo più abituali, ma rilette in maniera così passionale da lasciarci sbalorditi. In una sua intervista, egli stesso, raccontava così, il suo modo di fare teatro:

“Le storie che racconto riguardano sempre e soltanto gente banale, comunissima, possibilmente incline a diventare patetica, straziante. Ma per una sorta di terrore a nutrire o a destare pietà mi piace coglierla in un momento estremo della loro esistenza, quando a prescindere dalle loro stesse intenzioni questi personaggi sono costretti a compiere una scelta importante, un gesto eroico o atroce. Per cui si trasformano in personaggi grotteschi o mostruosi, spesso odiosi e insopportabili, comunque sempre meglio che pietosi. E mi piacciono quanto più sono ai margini; relegati, ma non in maniera vistosa (come barboni, criminali e pazzi) bensì in maniera sottile, indistinta. Ed infatti, vivono in quartieri della cultura metropolitana, in provincia, sepolti nella periferia”.
Ruccello, è inoltre, autore straordinario anche per la scelta linguistica, il suo linguaggio nasce da una contaminazione tra il dialetto napoletano classico e quello delle periferie condito da strafalcioni di provenienza televisiva , nonché per l’attualità dei temi proposti; i suoi testi affrontano a trecentosessanta gradi le problematiche del nostro tempo: la cronaca, la comunicazione spazzatura, la passione, la diversità. Questo connubio tra lingua ed argomenti permettono un’immediata fruizione da parte di un pubblico eterogeneo. Sarebbe stato davvero affascinante poter rileggere attraverso la sua lente, nelle opere che non ci è stato dato di vedere, questi vent’anni di quotidiano che ci separano dalla sua morte. Come si sarebbe espresso, davanti a tanto ulteriore decadimento sociale ed individuale, di fronte ad una società che non ha risposte per l’individuo e viceversa, di fronte ad un’umanità super tecnologizzata che non trova risposta alle più elementari domande dell’individuo lasciandolo confuso davanti all’accettazione della liceità dei valori più semplici? Sicuramente, da quel grande drammaturgo che era, ci avrebbe regalato ancora lavori di enorme valore letterario, ma ciò che più manca, sono gli spunti di riflessione che ci avrebbe sicuramente offerto per poter prendere coscienza.
 

Angela Cotugno

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Ultimo aggiornamento:
28/02/2010

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